12 STRONG: la vera storia

Nelle prime settimane di luglio uscirà anche nei cinema italiani 12 STRONG, adattamento cinematografico del libro “Horse Soldier” scritto da Doug Stanton basato sulle azioni dell’ODA  595 e degli operativi della CIA dispiegati in Afghanistan poche settimane dopo i tragici fatti occorsi l’11 settembre.

Il protagonista della pellicola è il capitano Mark Nutsch (interpretato dall’attore Chris Hemsworth) comandante dell’ODA 595 e ne narra la storia al comandora di questo team composto da soli 12 uomini che rappresentò la punta di lancia delle forze statunitensi in Afghanistan, il film, pur con piccole licenze, si attiene ai fatti narrati nel libro ed è molto godibile.

Mark Nutsch (sx) in compagnia dell’attore Chris  Hemsworth.

Se avete letto il libro o siete appassionati di storia militare conoscerete già le gesta della leggendaria Task Force Dagger ma se al contrario non lo siete potrebbe interessarvi la vera storia di questa leggendaria unità e dell’impegnativa e pericolosa missione che hanno portato a termine contro ogni pronostico.

A seguito degli attacchi dell’11 settembre il presidente Bush Jr. promise che la risposta americana agli attacchi alle torri gemelle sarebbe stata immediata e i responsabili avrebbero patito una punizione esemplare (attacchi che come sappiamo furono rivendicati dallo sceicco Osama Bin Laden dai campi di addestramento Talebani in Afghanistan). Come predetto da Bush la risposta americana non tardò ad arrivare : nelle prime settimane dell’ ottobre 2001 (a poco più di un mese dai fatti di New York) l’ODA 555 e 595 più un gruppo di Combat Controller dell’USAF giunse presso la Karshi Air Base in Uzbekistan al confine con l’Afghanistan.

Non erano però i primi americani a mettere piede nel paese, il 26 settembre furono infiltrati 7 operatori appartenenti  alla CIA’s Special Activities Division e al CTC.

Il loro obbiettievo era prendere contatto con i leader tribali a capo delle varie fazioni dell’alleanza del nord, convincerli a collaborare ad un fronte comune (questo usando una pioggia di dollari, si stima quasi 3 milioni) e preparare l’ingresso nel paese alle forze speciali. Questi coraggiosi uomini, insieme ai membri delle ODA ed ai piloti del 160th SOAR formavano la Task Force Dagger.

Il 19 ottobre dalla piccola ex base sovietica in territorio uzbeko (una struttura spartana che l’USSCOM utilizzava come base avanzata, nome in codice K2) due MH-47E Chinook scortati da due MH-60L Black Hawk (tutti appartenenti al 160th SOAR) decollarono con a bordo le due ODA e i CCT,  la distanza dagli obbiettivi era di poco superiore ai 300 km ma le condizioni di volo erano molto avverse.  Gli elicotteri furono costretti a volare ad alta quota sopra le turbolenti catene montuose afgane affrontando sia tempeste di sabbia che estesi banchi di nebbia il tutto volando di notte con il solo ausilio di NVG e senza comunicazioni radio (il volo di andata/ritorno fu di oltre 11 ore, stabilendo un nuovo record di durata per le missioni con aeromobili a rotore).

Per gli uomini delle Special Force Group il volo fu particolarmente provante, a bordo degli Chinook infatti non era presente un sistema di erogazione d’ ossigeno centralizzato e gli uomini dell’ODA dovettero fare ricorso agli erogatori mono-uso personali, questo significava che il viaggio sarebbe stato di sola andata. Nel corso della missione d’ infiltrazione gli elicotteri volarono ad una quota compresa tra i 4900 e i 5500 metri, le condizioni di volo furono così dure che costrinsero la scorta di Black Hawk ad interrompere la missione e a rientrare).

I primi a mettere piede sul terreno furono gli uomini dell’ODA 555 che atterrarono nella valle del Panjshir, appena 20 miglia a nord di Kabul, il loro obbiettivo era mettersi in contatto con  il signore della guerra Fahim Khan e le sue milizie che si trovavano in una situazione di stallo con le forze talebane nelle vicinanze dell’ aeroporto di Bagram.

Non senza difficoltà anche il secondo Chinook riusci a prendere terra presso la sua destinazione nella valle di  Dari-a-Souf a circa 80 km da Mazar-i-Sharif, la missione a loro assegnata era simile a quella dell’altra ODA e prevedeva che gli uomini di Nutsch prendessero contatto con il generale Dostum e le sue formazioni composte da combattenti di origine Uzbeka.

Il generale Dostum (sx) in compagnia del capitano Mark Nutsch.

L’ODA 595 era composta da 12 uomini, tutti con un età superiore ai 32 anni ed era formata esclusivamente da personale esperto veterano delle missioni in Iraq (1991),Somalia (1993) e Kosovo (1999), l’unico elemento a non avere esperienza di combattimento reale era proprio il capitano Nutsch nonostante potesse contare su un lungo addestramento in giro per il mondo.

Dopo l’incontro con il generale Dostum gli uomini dell’ODA 595 ricevettero dei cavalli, il mezzo di locomozione più adatto per muoversi sull’impervio terreno dell’Afghanistan settentrionale, fatto curioso dei 12 uomini del team il solo che sapesse andare a cavallo era il capitano Nutsch mentre gli altri si dovettero giocoforza adattare a cavalcare gli impetuosi cavalli afgani famosi per il temperamento selvaggio. 

Erano passati quasi 60 anni dall’ultima volta che un reparto delle forze armate americane conducesse operazioni militari a cavallo (l’ultima volta era stato in piena seconda guerra mondiale, nel gennaio 1942 il 26° reggimento di cavallaria si scontrò contro i giapponesi che avanzavano verso Manila).

Nel libro viene citato un curioso episodio relativo all’impiego dei cavalli, una delle prime richieste del capitano Nutsch fu quello di paracadutare delle selle per cavalli in stile australiano (più piccole delle normali selle americane) per sostituire le scomode selle di legno utilizzate dagli afgani. Il 21 ottobre le forze ai comandi di Dostum appoggiate dagli special force group attaccò il villaggio  fortificato di Bishqab in mano alle forze talebane.

Le forze dell’alleanza del nord contavano circa 3000 effettivi equipaggiati solo con armi leggere (AK47,RPK,RPG7) , ad essi si contapponeva una grossa formazione talebane dotata di equipaggiamenti pesanti (carri T54\55,BMP 1 e semoventi antiaerei ZSU-23 condotti da mercenari stranieri ben addestrati che combattevano sotto la bandiera di Al-Qaeda).

Dal canto loro gli uomini dell’ODA 595 sapevano di poter contare sul supporto aereo fornito dai caccia bombardieri e dai bombardieri strategici dall’aviazione statunitense che avrebbero scatenato il loro potenziale distruttivo sui target indicati dai combat controller che fecero largo ricorso al nuovo sistema di illuminazione bersagli Soflam.

La battaglia che ne segui durò oltre 18 ore, dopo una fase iniziale incerta dove gli uomini di Dostum subirono pesanti perdite e si rischiò che l’attacco fallisse, entrarono in gioco gli uomini dell’ODA 595 che si resero protagonisti di azioni spettacolari alla testa delle formazioni di cavalieri afgani condotti senza paura contro un nemico numeroso e ben armato evocando gesta eroiche legate alla storia militare del passato. Al termine della battaglia oltre 40 veicoli tra mezzi corazzati e blindati fu messo fuori combattimento e i talebani registrano numerose perdite (e non meno numerose furono le defezioni dopo aver sperimentato le bombe dell’aviazione U.S.A).

Il 22 ottobre fu la volta di Cobaki, anche in questo caso fondamentale si rivelò essere la presenza delle special force statunitensi e sopratutto dei CCT dell’USAF che impiegando i Soflam furono in grado di condurre con grande precisione gli attacchi aerei contro le formazioni avversarie. Dopo questa battaglia l’ODA 595 fu divisa in 4 team da 3 persone, ogni team avrebbe seguito e supportato dei comandanti dell’alleanza del Nord occupandosi anche del supporto aereo e dei rifornimenti per le forze sotto la loro responsabilità.

Il 2 novembre con l’intento di accorciare i tempi ed evitare di vedersi le operazioni bloccate a causa del rigido inverno afgano, un terzo gruppo di forze speciali (ODA 534) arrivò in Afghanistan per assistere il generale dell’Alleanza del Nord Mohammad Atta che si trovava a 25 miglia ad est dell’ODA 595, lo scopo era formare un’ intesa tra le tre direttive d’attacco dell’alleanza del Nord e convincere i tre signori della guerra a muovere unitamente verso un unico obbiettivo: Mazar-i-Sharif (città simbolo del potere talebano).

L’ultimo ostacolo per gli uomini di Nutsch e del generale Dostum fu superare il passo Tangi nella valle di Darah Sof che finiva propio davanti alla città di Mazar-i-Shariff.

Al passo Tangi le milizie straniere di Al Qaeda offrirono una stregua resistenza impiegando contro l’alleanza del Nord anche diversi BM 21 Grad che causarono non poche preoccupazioni agli advisor statunitensi, ma alla fine grazie ai preziosi raid dell’aviazione le forze talebane furono costrette a disperdersi.

Il 9 novembre finalmente le tre ODA con al seguito le milizie dei generali Dostum, Atta e Khan si riunirono alle porte della città e si prepararono a muovere su di essa (l’intelligence stimava a difesa una forza di circa 15.000 combattenti divisi tra talebani, soldati di Al Qaeda e volontari pachistani). Ad ammorbidire le difese toccò ancora una volta ai bombardieri strategici B-1B e B52 che sganciarono centinaia di JDAM da 2000 libbre sulle postazioni talebane che subirono ingenti perdite.

La violenza dell’attacco segnò profondamente il morale delle forze talebane impotenti contro l’aviazione U.S.A che il giorno successivo si ritirano in massa verso Kunduz formando una colonna interminabile di oltre 10.000 uomini che fu ancora duramente colpita dalle incursioni degli aerei tattici. Con la maggior parte dei difensori in rotta, le forze dell’alleanza del Nord poterono calare in massa su Mazar-i-Sharif conquistandone in breve tempo i punti nevralgici tra cui il fondamentale aeroporto.

Oltre 1500 talebani furono fatti prigionieri e tra di essi suscitò scalpore la presenza di un combattente di origine americane Jhon Walker Lindh che dopo aver abbracciato la fede mussulmana si era unito alla causa dei talebani. 

Si concludeva con un’ insperata e veloce vittoria la missione della task force Dagger, le stime dell’intelligence U.S.A avevano calcolato che per la presa di Mazar-i-Sharif sarebbero occorsi mesi prima che la città potesse essere occupata da una forza militare convenzionale. Una manciata di truppe delle forze speciali a cavallo supportate dall’aviazione impiegò 3 settimane, trasformando l’operazione in uno dei maggiori successi militari dell’esercito statunitense.

Per ricodare le eroiche gesta di questi uomini nel 2012 a Ground Zero è stato eretto un monumento ad opera dell’artista  Douwe Blumberg (a cui collaborò lo stesso capitano Mark Nutsch).

Se volete approfondire l’argomento ,in attesa dell’uscita del film, vi consiglio di leggere il libro di Doug Stanton : Horse Soldier The Extraordinary Story of a Band of U.S. Soldiers Who Rode to Victory in Afghanistan.

 

 

 

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